Quando un evento avverso colpisce un paziente, le conseguenze possono raggiungere anche il professionista coinvolto: senso di colpa, ansia, ricordi intrusivi e perdita di fiducia nelle proprie capacità possono accompagnarlo anche a lungo.
La letteratura scientifica definisce «seconda vittima», o «second victim», l’operatore sanitario che subisce un impatto negativo dopo il coinvolgimento, diretto o indiretto, in un evento avverso, in un errore sanitario non intenzionale o in una lesione del paziente. Il riconoscimento di questa sofferenza non presuppone l’accertamento di una colpa e non attenua la centralità del paziente e dei familiari danneggiati.
Che cosa sappiamo delle conseguenze di questa esperienza? Quali dati abbiamo in Italia? E quali interventi di sostegno funzionano? Le ricerche disponibili consentono alcune risposte, ma richiedono di distinguere i risultati documentati dalle questioni ancora aperte.
Un termine nato nel 2000, e ancora discusso
L’espressione compare per la prima volta nel 2000, in un editoriale di Albert Wu sul BMJ dedicato al medico che commette un errore e che, a sua volta, ha bisogno di aiuto. Nel 2009 Susan Scott e colleghi ne hanno esteso il significato a tutti i professionisti sanitari che vivono un disagio psicologico e professionale dopo un evento avverso, descrivendo anche le traiettorie del loro recupero.
La scelta della parola «vittima» è stata contestata: nel 2019, sempre sul BMJ, un gruppo di autori ha proposto di abbandonare il termine. Nel percorso di chiarimento del concetto si inserisce il lavoro della rete europea di ricercatori ERNST, costituita nel 2020 nell’ambito del programma COST: il gruppo ha analizzato 83 pubblicazioni e discusso una definizione di consenso tra esperti nel 2021 e nel 2022.
La definizione finale indica come seconda vittima qualsiasi operatore sanitario coinvolto, direttamente o indirettamente, in un evento avverso imprevisto per il paziente, in un errore sanitario non intenzionale o in una lesione del paziente, e che ne subisce a sua volta un impatto negativo.
Gli autori di una scoping review pubblicata nel 2026 sottolineano che la revisione del concetto non riduce la responsabilità dei professionisti coinvolti né il riconoscimento del danno subito dai pazienti, che restano le vittime primarie dell’evento.
Che cosa documenta la letteratura
Una scoping review pubblicata su PLOS One nel settembre 2026 ha mappato le ripercussioni del fenomeno sui professionisti sanitari. La ricerca bibliografica, effettuata nel gennaio 2025, ha individuato 2.129 record, dai quali sono state selezionate 37 pubblicazioni uscite tra il 2009 e il 2024, riferite a 22 Paesi di cinque continenti, Italia compresa. Nel materiale incluso prevalgono gli studi qualitativi e quelli svolti in ambito ospedaliero.
Dalle 37 pubblicazioni emergono 39 ripercussioni, che la review raggruppa in quattro dimensioni:
- fisica: aumento del consumo di alcol e di altre sostanze;
- mentale: ricordi ripetitivi e intrusivi, disturbo da stress post-traumatico, burnout, ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, calo della soddisfazione lavorativa, pensieri o comportamenti suicidari;
- professionale: perdita di fiducia, dubbi sulle proprie competenze, cambio di lavoro, di specialità o di professione, pensionamento anticipato, pratica difensiva, danni alla reputazione;
- sociale: isolamento, insicurezza, difficoltà nella vita familiare e nelle relazioni personali, calo della qualità della vita.
La dimensione professionale è quella che raccoglie più ripercussioni (18) e più studi (30). Tra queste la review elenca il procedimento giudiziario, il timore di azioni disciplinari e la perdita dell’iscrizione all’albo, citati in otto studi. Solo due delle 39 ripercussioni hanno un segno potenzialmente positivo, cioè una maggiore attenzione agli errori e un cambiamento migliorativo della pratica, descritti in sei studi.
Gli stessi autori indicano i limiti del lavoro: «seconda vittima» non è un termine indicizzato nel vocabolario MeSH, e questo produce una terminologia disomogenea; molti studi non distinguono le manifestazioni acute da quelle croniche; le professioni diverse da medici e infermieri sono poco rappresentate; infine, trattandosi di una scoping review, la qualità metodologica degli studi inclusi non è stata valutata.
Il Second Victim Experience and Support Tool (SVEST)
Il Second Victim Experience and Support Tool (SVEST), sviluppato e validato negli Stati Uniti da Burlison, Scott e colleghi, è un questionario utilizzato per descrivere il disagio dei professionisti coinvolti e valutare il sostegno disponibile. Aiuta le organizzazioni a individuare bisogni e carenze nelle risposte offerte agli operatori.
Esamina il disagio psicologico e fisico, la fiducia nelle proprie capacità professionali e il sostegno ricevuto da colleghi, superiori, istituzione e persone esterne al lavoro. Considera inoltre l’intenzione di lasciare il lavoro e l’assenteismo.
Ne esiste una versione rivista, lo SVEST-R, validata da Winning e colleghi negli Stati Uniti e successivamente adattata ad altri contesti linguistici, tra cui quello finlandese. In Italia sono disponibili due validazioni dello SVEST, condotte rispettivamente su 240 e 349 operatori, descritte nella sezione dedicata ai dati italiani.
Il legame con il lavoro: intenzione di lasciare e assenteismo
Uno studio dell’Università della Finlandia orientale, pubblicato sul Journal of Advanced Nursing da Sanu Mahat e colleghi, ha esaminato 149 professionisti di due ospedali universitari, utilizzando la versione finlandese dello SVEST-R. Il disagio psicologico è risultato la forma di sofferenza più frequente, mentre il supporto istituzionale è stato quello percepito come più carente.
Il disagio da seconda vittima è risultato associato all’intenzione di lasciare il lavoro e all’assenteismo. L’analisi statistica ha inoltre individuato un ruolo di mediazione parziale del supporto organizzativo. Non è emersa un’associazione significativa con la resilienza.
Questi risultati suggeriscono che il sostegno organizzativo possa avere un ruolo protettivo, ma non ne dimostrano l’efficacia causale: lo studio è trasversale e non consente di stabilire la sequenza temporale tra disagio, sostegno ricevuto ed esiti lavorativi.
I dati italiani
In Italia la ricerca sul tema è meno estesa, ma offre alcuni dati. Uno studio qualitativo pubblicato nel 2016 su Igiene e Sanità Pubblica da Carmela Rinaldi, Massimiliano Panella e colleghi ha raccolto cinquanta interviste a professionisti sanitari coinvolti in errori: tutti ricordavano chiaramente l’evento, e il supporto ricevuto è stato descritto come scarso e inefficace.
Nel 2022 Pieretti, Bellandi e colleghi hanno validato la versione italiana dello SVEST (I-SVEST) in un’indagine online su operatori esposti a incidenti di sicurezza. Nel campione la prevalenza delle seconde vittime è risultata del 35,4% (85 su 240). Naturalmente il dato descrive il campione esaminato e non può essere esteso automaticamente all’insieme degli operatori sanitari italiani.
Il punteggio SVEST è risultato associato positivamente all’intenzione di cambiare lavoro, senza una relazione diretta con l’assenteismo né con le caratteristiche sociodemografiche. Lo strumento misura sette dimensioni: distress psicologico, distress fisico, supporto dei colleghi, supporto dei superiori, supporto istituzionale, supporto esterno al lavoro e autoefficacia professionale.
Una seconda validazione indipendente dello strumento (IT-SVEST) è stata condotta su 349 operatori dell’ospedale universitario di Udine, tra infermieri, medici, specializzandi e tecnici. Panella figura inoltre tra gli autori della definizione di consenso della rete europea ERNST.
Che cosa sappiamo sugli interventi di sostegno
Sugli interventi le evidenze sono ancora limitate. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 sulla rivista Healthcare, dedicata alle risposte della leadership e delle organizzazioni dopo un incidente di sicurezza, indica come opzione da considerare un sostegno tempestivo, confidenziale e articolato su più livelli, inserito in sistemi di risposta agli incidenti orientati alla just culture e all’apprendimento.
Per just culture si intende una cultura organizzativa che affronta gli incidenti in modo equo, distingue le responsabilità individuali dai fattori di sistema e favorisce segnalazione e apprendimento. Il sostegno agli operatori si inserisce in questo percorso senza sostituire l’accertamento delle responsabilità.
Resta inoltre una distinzione essenziale: migliorare il benessere dei professionisti non dimostra automaticamente una riduzione degli errori o del danno ai pazienti. Per verificare questi effetti servono studi che misurino direttamente anche i comportamenti di sicurezza e gli esiti delle cure.
Gli autori precisano però che l’efficacia dei singoli modelli organizzativi richiede ancora valutazioni prospettiche o controllate, capaci di misurare separatamente il recupero dei professionisti, gli esiti sulla forza lavoro, i comportamenti di sicurezza e gli esiti per i pazienti.
Una scoping review sugli infermieri nei Paesi occidentali, pubblicata anch’essa su Healthcare nel 2026, ha incluso 39 dei 111 articoli individuati e ha rilevato che i programmi di sostegno esistenti vengono spesso percepiti come inadeguati o applicati in modo discontinuo. La review di PLOS One riporta inoltre la segnalazione di ricercatori europei secondo cui il tema è trascurato nei corsi di laurea in medicina e infermieristica, e osserva che solo 13 dei 37 studi inclusi hanno utilizzato strumenti di misura standardizzati.
Le domande aperte
I dati disponibili descrivono con una certa coerenza l’esistenza e l’ampiezza del fenomeno, mentre lasciano aperte diverse questioni su cui la ricerca internazionale sta ancora lavorando:
- quali modelli di sostegno funzionino, per quali professionisti e in quali contesti, dato che le valutazioni controllate sono ancora poche;
- come distinguere, nella misura del fenomeno, le reazioni acute da quelle che si prolungano nel tempo;
- quale peso abbiano il contenzioso e i procedimenti disciplinari, che la letteratura elenca tra le ripercussioni professionali, sull’esperienza della seconda vittima;
- quale sia la diffusione del fenomeno nelle professioni diverse da medici e infermieri, finora poco studiate;
- quante strutture sanitarie italiane dispongano di programmi strutturati di sostegno e come questi si raccordino con la gestione del rischio clinico, un dato che nelle fonti consultate non risulta disponibile a livello nazionale.
Sostenere chi cura, tutelare chi è curato
Per Fondazione SANIRE, affrontare il fenomeno della seconda vittima significa tenere insieme tre responsabilità: riconoscere il danno subito dal paziente e dai familiari, offrire sostegno al professionista coinvolto e comprendere le condizioni che hanno reso possibile l’evento.
Questi compiti devono procedere insieme. La sofferenza dell’operatore merita ascolto e assistenza; il paziente e i familiari hanno bisogno di informazioni comprensibili, trasparenza e risposte. L’organizzazione deve rendere possibile il confronto e tradurre l’analisi dell’accaduto in azioni di miglioramento verificabili.
Le evidenze disponibili giustificano l’attenzione a percorsi tempestivi e riservati di sostegno, ma richiedono di valutarne i risultati. Per SANIRE, la direzione è integrare il supporto a chi cura con la comunicazione verso chi ha subito il danno, l’accertamento equo delle responsabilità e l’apprendimento organizzativo.
È su questa integrazione che si misura una sanità responsabile.
Fonti
- Wu AW. Medical error: the second victim. The doctor who makes the mistake needs help too. BMJ. 2000;320(7237):726-7.
- Scott SD, Hirschinger LE, Cox KR, et al. The natural history of recovery for the healthcare provider “second victim” after adverse patient events. Qual Saf Health Care. 2009;18(5):325-30.
- Clarkson MD, Haskell H, Hemmelgarn C, Skolnik PJ. Abandon the term “second victim”. BMJ. 2019;364:l1233.
- Vanhaecht K, Seys D, Russotto S, et al. An evidence and consensus-based definition of second victim. Int J Environ Res Public Health. 2022;19(24):16869.
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- Rinaldi C, Leigheb F, Di Dio A, Vanhaecht K, Donnarumma C, Panella M. Le seconde vittime in sanità: le fasi di recupero dopo un evento avverso. Igiene e Sanità Pubblica. 2016;72(4):357-370.
- Pieretti A, Bastiani L, Bellandi T, Molinaro S, Zoppi P, Rasero L. Second Victim Experience and Support Tool: An Assessment of Psychometric Properties of Italian Version. J Patient Saf. 2022;18(2):111–118.
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- Burlison JD, Scott SD, Browne EK, Thompson SG, Hoffman JM. The Second Victim Experience and Support Tool: Validation of an Organizational Resource for Assessing Second Victim Effects and the Quality of Support Resources. J Patient Saf. 2017;13(2):93-102.
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